Silenzi
Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c’era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch’io non posso.
José Saramago
Oggi non era giorno di parole,
con mire di poesie o di discorsi,
né c’era strada che fosse nostra.
A definirci bastava solo un atto,
e visto che a parole non mi salvo,
parla per me, silenzio, ch’io non posso.
José Saramago
Stavo su costoni di mondi slegata da
tutte le radici solo fatta di un ridere largo
tutta larga io stessa e un niente popolava
di sopra e di sotto un niente di dentro
vagante acqueo con movimento di sbando
ma poi l’occhio è nato facendo colori
coi nomi e tutta luce tutta luce quando
ho toccato la sua natura calda e bagnata
e ho rotto le acque di sotto nel grande
schianto schizzavo su un tavolo di pietra
sotto pareti con file di piastrelle e
odore di una vecchia che tirando tirando aiutava.
Mamma, ti ho fatta di colpo e grande
fra le sponde di legno e lo specchio
somigliante e piena di latte
fatta parlante e pettinata
e ho fatto anche me con piccoli
pugni il dormire il crescere e tutte le parole.
(Mariangela Gualtieri, Fuoco centrale)
Senza polvere senza peso
di Mariangela Gualtieri
Un avamposto di pietra
m’era cresciuto nel petto come
dolore di un altro che s’infila
e forma uncino e piccagli.
Io non so cosa sia questa
di colpo nostalgia
questo pezzo mancante
che mi reclama a sé
da un umano piangere per niente
e non avere dove
posare il capo.
Sento le canoniche ore le canoniche
mezze ore sbattermi ai piedi coi
loro occhi minuti.
Perché credo ancora nel segreto
ficcato dentro una foglia o un frutto
se credo alla tua faccia di ragazzo
spettinato, se credo a tutto, a tutto,
è per avventurarmi anche il lunedì
quando le sale sono chiuse e
sembra così lungo il tempo
così abbandonate le creature del mondo.
Se credo se credo se rido alle cose
invisibili, se chiedo le cose impossibili,
se mi batto col vento, se sbando di
continuo, se mi affanno,
è il mio gioco battagliero
di indispettire quel cielo ostinato
che si nasconde dietro al nostro cielo.
Mostra solo i suoi buchi di luce
quando dormiamo.
E tu prendimi, portami con te
come un incendio nelle tue abitudini.
Quel tuo nome che non sappiamo
cantare per intero
tu che spingi le cose fino alla fessura
di questo mondo e le corredi
d’ombra e di mistero.
Niente tu sei. Il più bel
niente in attesa che il respiro
si faccia orma terrestre,
segno, piega, spigolo e lato
e forma. Attesa e segno.
Vorrebbe dire quelle parole
sentire quella felicità
quella patria delle dolcezze.
Fare giorno per via di parole d’oro.
Ma c’è correre, c’è moto confuso,
c’è patimento di stami rotti, antenne
che ricevono male, guaiti dentro
il petto, rintocchi di pena.
Smettere la corsa.
Restare dove si cade, unire le mani
non fingere più.
Vado dentro un delirio. Mi prende.
Mi arrendo. Voglio sapere tutto. Svengo.
Io sono morendo sono scrostando scrostando.
Sono morendo morendo. Mi spezzo.
Sono tutta fango. Poi rinasco fiore. Lasciatemi
in pace. Lasciatemi la pace per dopo.
Quando torno se torno. Adesso vado via.
Dove non si vede. Scivolo giù. Costeggio
un gran vuoto. Adesso rinasco. Butto
questa greppia, le vecchie parole, passo per
una muffa micidiale, per i vortici delle
attese, in quello scomparire ci passo.
Non resto. Mi assento.
Mi trovavo in un tale posto, in una tale ora di un tale giorno, a dovermi strizzare il cervello per farne uscire una tale idea per un tale progetto. Pensavo di doverlo strizzare al punto di violentarlo, quel mio latitante compagno con sprazzi di materia grigia. Quello, invece, vomitò un’idea di getto. Così, come a far dispetto. Allora fui proiettata in una sorta di giardino, campo. Insomma, c’era prato. Una ragazza sedeva su un divano fiorato – non so se avete presente quelli vintage – sotto la neve che scendeva a coriandoli. A gambe incrociate, se ne stava là a guardare scene splatter in tv. Ricapitolando: divano fiorato (sbiadito), bianco di neve, rosso sangue il monitor del vecchio televisore. Le note di Bach nell’aria. Come fu, come non fu, presi coscienza dell’esser, invece, nel caffè letterario di città – per intenderci, uno di quei bar in cui la carta mette la letteratura, i corpi tracannano alcol: molto meno letterari dei vecchi bar con il biliardino. Città, quella che definiscono a misura d’uomo, il part-time del Sud. Quelle in cui ti guardi allo specchio e sei diverso dalla tua immagine reale. Città a misura di personaggio prefabbricato, oserei dire. Quella dei tarallucci e vino, ostentazione della tradizione folkloristica mista fratellanza delle stesse radici, ma con le dita (nelle tasche) puntate contro i “provinciali”. Non facciamone tutto un fascio, dell’erba. Per carità divina. E con quel che resta, non se ne facciano solo spinelli, nemmeno. Fatene mazzetti e regalateli a due persone. Uno lasciatelo a voi perché, ricordate, un triangolo è per sempre. Gli altri? Andassero.
assicurarsi sempre di avere uno scontrino proprio per il “cambio articolo”.
ah! qualora foste ancora in tempo, scambiatevi con un paio di scarponcini da montagna.
che il grigio non sia di convenienza.
Tu padrone della tua voce rotta.
Tu a capo dei tuoi sentimenti incontrollati.
Tu ligio al dovere.
Tu vorace nel parlare e stitico nel ricordare.
Tu sempre presente anche negli elenchi.
Sai bene che la tua condanna è paura.
La stessa che provi allo specchio.